Ti racconto perché restare.
La cosa più ovvia che potrei dirti è che ho in mente un contenitore, e potrei raccontarti straordinarie e fantascientifiche storie su quanto abbia ponderato la scelta di rubare questo spazio.
Invece scelgo l’onestà e ti dico che ho solo sentito l’urgenza di mettere nero su bianco due, tre grandi questioni. Una la trovi già nella pagina “bisogna saper distinguere” e include i concetti di disobbedienza, tempi della politica e mosse di scacchi. La svilupperemo meglio poi, in questa sezione “più dinamica” del blog.
Dunque: perché questo blog? La prendo alla lontana, ma poi arrivo al punto: ho ventotto anni. Non diciotto, non otto. Certamente neppure settantotto, e quindi non fraintendetemi: non sto dicendo di essere un’anziana navigata donnina. Dico che vivo sola da svariati anni; amministro le mie finanze; sono socia di una piccola società; sono segretaria di un circolino del P.D. con un’ottantina di iscritti e sono nella Direzione Regionale P.D. della Lombardia.
Eppure questa notizia, ovvero che io non sia più annoverabile nella categoria dei giovani, credo non si sia diffusa come dovrebbe. Il fatto che non sono una Giovane Democratica, ma che al più sono una democratica giovane è opinione di pochi intimi.
E quindi ecco la risposta al perché questo blog: ho aperto questo spazio proprio per aprire il campo. Vorrei accendere una luce, spostare l’orizzonte oltre la riserva indiana dei giovani democratici. Chi come me è un “democratico giovane”, da oggi, deve smetterla di chiedere ai notabili di turno margini di autonomia e agibilità politica.
Da oggi, lo spazio, si prende. Senza troppi “per favore”. Con determinato garbo.
E questo è il primo pezzo di spazio che stiamo iniziando a rubare; l’abbiamo appena rubato, in effetti. E sotto gli occhi di chi ci vuole ancora bambini e fantocci utili a questa o quella campagna elettorale, a questo o quel evento di corrente. Era lì abbandonato, questo spazio. E, sì, quell’abbandono è esattamente quello che oggi in tanti traducono come: “incapacità di creare nuova classe dirigente”.
E quindi chiarisco: a me e a noi, di diventare classe dirigente, non importa affatto. Quello che ci interessa è rappresentare ed essere rappresentati. Che è una cosa molto diversa.
E quindi alziamo la testa dalla gestione corrente e cominciamo a sognare avendo “un orizzonte ampio con una prospettiva che vada più lontano di questa eterna trattativa. E uno sguardo aperto, puntato sul futuro, che non si fermi certo appena trova un muro”.
