La giovanile come sintomo.

Possiamo dire, sintetizzando al massimo delle nostre capacità, che la politica si svolge su due assi. C’è un asse ideale, che è l’insieme delle nostre visioni e di come immaginiamo che debba essere il mondo, con tutte le sue variazioni e possibilità. C’è un asse reale, che è l’insieme dei vincoli cui ci costringono le contingenze. Il riformismo, anche qui tagliando davvero corto, è l’arte di restare su entrambi i binari, cercando di non farsi dominare da spinte centrifughe nell’uno o nell’altro verso.

E allora perché la giovanile è un sintomo? Perché la giovanile esprime, ancora non sappiamo se in maniera drammatica o già come farsa, il gigantesco problema multidimensionale della politica riformista. Per quanto sia difficile da confessare, sono tempi bui: non solo non siamo più bene sicuri di quale sia il mondo che vorremmo vedere (o comunque lo percepiamo come uno di quei pensieri ancora troppo imponenti per le nostre capacità espressive, di quelli che emergono a sprazzi qui e lì, senza che si riesca a coglierne un senso generale), ma siamo passati all’improvviso dall’essere una coalizione gigantesca, degna del migliore museo di storia naturale, al rappresentare una delle forze più rilevanti dello scacchiere politico e del governo. Così, in preda a questa strana iperventilazione, tanti tra noi si sono messi a fare i pifferai della rivoluzione, altri si sono spaventati così tanto da andarsene, per non rischiare di doversi scontrare con il giudizio che segue l’azione, e in mezzo è rimasta la giovanile, che per tanti versi ancora non si è accorta di nulla.

È rimasta una giovanile che propone caparbiamente quello stesso modello organizzativo che ha ereditato dalla grande tradizione della sinistra italiana: una struttura verticale, con tanti ruoli di integrazione tra un livello geografico e l’altro, che prevede che ci siano svariati ruoli di sintesi a ogni stadio per salvaguardare la rappresentanza. Una struttura, insomma, che dovrebbe garantire presidio sul territorio, puntualità nella diffusione della linea politica che si elabora ai vertici e capacità di guardare e inquadrare i luoghi in cui si svolge. Ma allora perché muore? Perché affoga nella contraddizione straordinaria tra il fatto che questi principi organizzativi si fondano su ipotesi che non si sussistono più e, nonostante ciò, vengono considerati come assoluti in virtù di una straordinaria inerzia culturale interna.

Non è più possibile assimilare a un soggetto omogeneo la nostra generazione. Noi siamo il prodotto complesso di un insieme di culture e sottoculture lontane tra loro, che siano il punk, la cucina toscana o il teatro africano importa poco. Viviamo in città molto diverse tra loro, che hanno urgenze così diverse che è praticamente impossibile che una segreteria nazionale riesca a presidiarle tutte in modo gerarchico. Non siamo più disposti a donare genericamente il nostro tempo all’azione politica: vogliamo ragioni ben definite e verosimili. Pretendiamo di vedere tutta la filiera del nostro impegno. Viviamo presenti che sono diversi, potremmo dire contemporaneità, che si mescolano tra di loro, creando insiemi originali sempre diversi tra loro. Siamo, e questo è più doloroso da dire, un po’ meno capaci di parlarci, abituati a rinchiudere il nostro disagio in hobby e birrette più che a organizzarci e ad agire. Siamo, insomma, membri di una generazione in qualche modo consapevole di se stessa eppure incapace di strutturarsi, siamo pragmatici e pure soffriamo, proprio in virtù del nostro pragmatismo, di una strana incapacità diffusa di elaborare un’utopia, un’idea di alternativa verso la quale tendere.

Da queste radici complesse nasce il paradosso della giovanile: per non estinguersi, si è chiusa in se stessa e ha accentuato la sua struttura interna, logorandosi con il passare del tempo, fino a costringersi a una struttura squisitamente autoreferenziale, incapace di sfidare in positivo le proprie realtà e il proprio tempo. Siamo diventati un gruppo in cui tante persone paiono essere tesserate senza saperlo e tante altre, che vorrebbero tesserarsi, quasi non ci riescono. Dovremmo avere il coraggio di riformarci, di abbandonare le visioni conservatrici che contraddistinguono il modo in cui spargiamo cariche a destra e a manca fingendo che abbiamo qualche rilevanza. Dovremmo rendere il tesseramento qualcosa di personale, da fare online sull’esperienza del Labour Party. E questo congresso, che doveva essere l’occasione di un rilancio, ha solamente confermato che della crisi della rappresentanza politica noi siamo il sintomo più eclatante.

Ma che cosa fare allora? Come fermare l’emorragia inarrestabile, l’incancrenirsi in questi linguaggi tossici e inutili? Come fermare l’irrilevanza politica? E, soprattutto, come riuscire a convincere noi stessi fino in fondo che è arrivato il momento di farla apertamente questa confessione? Come spiegare che è arrivato il momento di non emarginare e denigrare chi denuncia lo status quo? Che se non ritroviamo la sincerità nei nostri atti e nelle nostre parole presto sarà troppo tardi?

Se la risposta è difficile da formulare nel merito, è chiaro quale debba essere il metodo: dobbiamo tornare alle ragioni prime per cui facciamo politica. Dobbiamo ritrovare quell’urgenza di raccontarci il mondo, di mettere a sistema le nostre forze e le nostre energie per immaginare un futuro diverso. Dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere. Perché fare politica è cercare di capire quali sono gli ostacoli allo sviluppo della nostra persona e da lì lavorare assieme per rimuoverli. È, in sostanza, muovere da due capisaldi: la necessità di una critica ragionata, radicale e perenne che permetta di trovare i problemi ed elaborare le soluzioni; l’idea che l’avvenire possa davvero essere migliore per tutti, che ci stimoli a unirci e a sfidarci al meglio lungo la via del progresso.

Andrea Mascaretti