Ogni giorno guardo negli occhi la generazione perduta. Senza interessi, senza passioni, prigioniera dell’apparenza e del bisogno di appartenenza. La guardo negli occhi e faccio lo stesso lezione.
Diventa un esercizio di stile, un rituale. “Qualcuno potrebbe ascoltare, qualcuno potrebbe recepire”, come negarci la possibilità che oggi sia diverso da ieri? E faccio lezione.
Sono ragazzi buoni, anche affettuosi. Puoi ridere con loro, puoi farli ridere. Ma non puoi insegnare, perché sono disabili. Non leggono, quindi non conoscono la loro lingua se non superficialmente. Non hanno mai dovuto imparare alcunché a memoria, quindi faticano a ricordare. Non si sono mai dovuti concentrare, quindi non riescono a fare attenzione, a non distrarsi. Tu ti ingegni, usi ogni trucco, tenti ogni tattica: ma le parole cadono sulle pietre e nulla germoglia.
Lavoro nella scuola pubblica: il baluardo del classismo nel nostro secolo. Come entri, esci. Quella che era il primo tra gli ascensori sociali, l’istruzione, è cessata. Nelle riserve dei licei i figli dei laureati vengono preparati a sostituire i genitori, mentre le pecore brucano serene nei campi delle scuole professionali. Il docente lavora schiacciato tra l’incudine del programma ministeriale, che farebbe la gioia di Giovanni Gentile, e il martello dell’inclusione massificante. Il programma è ampio, dettagliato, corposo: nessuno lo completa, se non saltandone pezzi. Ma è sempre lì, monolitico, a ricordarti che non si può approfondire, che non si può uscire dal seminato, altrimenti non finisci il programma.
E poi c’è l’inclusione, che picchia duro. Perché non siamo qua per insegnare, ma per includere. Per tenere tutti dentro, per salvare tutti. Perché la dispersione scolastica è brutta, risalta come una macchia sul tessuto della società. Mentre la mancanza di istruzione, l’immobilità sociale, l’ingiustizia istituzionalizzata resta sullo sfondo, a tinte tenui, quindi ci possiamo abituare. Ci siamo abituati.
Ma io non ci riesco. Non riesco a guardare negli occhi i più svegli, i più brillanti, i più volenterosi. Non riesco a osservarli mentre avvizziscono, si adeguano, gli si spengono gli occhi. Abbandonati in una scuola senza stimoli, che per recuperare l’ultima pecora del gregge perde la prima.
Non me la prendo con gli studenti, no. Loro sono vittime, vittime della mancanza di libri e dell’abbondanza di social network. Non sono un luddista, controllo Facebook ogni cinque minuti e uso Wikipedia se ho bisogno di informazioni. Ma per me questi sono strumenti, e li so usare perché sono figlio del mondo precedente. I miei studenti no. I miei studenti non sanno distinguere Wikipedia da i siti complottisti, non distinguono una sito commerciale da un sito accademico. Non conoscono termini che io imparai leggendo Topolino, perché non leggono nemmeno quello.
Me la prendo coi colleghi. Quelli svogliati, che si adattano. Quelli fannulloni, che non fanno un tubo. Quelli rassegnati, che non stimolano i primi e non urlano dietro ai secondi. Quelli che il preside, la gita, il Ministro, l’orario, quante questioni… ma gli studenti, sullo sfondo.
Me la prendo col Governo, quello di oggi e quelli di ieri. Che ha tante gatte da pelare e se nessuno si lamenta, non va ad aprire il vaso di Pandora: quindi tutti zitti, che gli studenti nemmeno sanno di cosa li stiamo privando e tanti docenti non sono a scuola per scelta, ma come ripiego – figuriamoci se si lamentano del quieto vivere. Ma io non ci sto. Perché questa generazione è persa, ma possiamo salvare la prossima.
Marco Buseghin
