Il contrario di uno, diceva Erri de Luca, non è un insieme infinito di persone: due è il suo opposto. Quando due persone diventano quella cosa che, se poi ne resta uno solo, non può che sentirsi meno di uno.
Il contrario di innovazione non è tradizione. E’ conservazione. C’è differenza, molta, ma spesso si infierisce sul contrario della chiarezza, e quindi si alimenta la confusione. Quella sulle parole ingenera confusione nei contenuti. E il contrario di parole, a un certo punto della Storia, diventa piazze: e mentre tu usi parole che si declinano al futuro e ti spremi le meningi per esserlo, il cambiamento e il futuro, trovi poi quelle piazze piene del contrario di sicurezza, che è paura.
Il contrario di serenità si chiama irrequietezza. Ci sono caratteri che conoscono la pace, altri che trovano la pace nell’irrequietezza; altre persone o altre nazioni perseguono la pace attraverso il suo contrario, ovvero la guerra. Questa tattica, dovremmo averlo imparato, funziona poco e male.
Il contrario di solitudine a volte diventa lettura. Così vi lascio il contrario di presenza, che è mancanza – non assenza; che però sfida la debolezza, il cui contrario da domenica è diventato “grazia”.
“Miriàm, sai cos’è la grazia?”
“Non di preciso”, risposi.
“Non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. E’ la forza sovraumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi. Non è femminile, è dote di profeti. E’ un dono e tu l’hai avuto. Chi lo possiede è affrancato da ogni timore. L’ho visto su di te la sera dell’incontro e da allora l’hai addosso. Tu sei piena di grazia. Intorno a te c’è una barriera di grazia, una fortezza. Tu la spargi, Miriàm: pure su di me”.
