Scrive oggi Franco D’Alfonso, assessore al commercio di Milano:
“Giocare una partita politica su un referendum fa male alla coerenza, perchè porta ad invitare a votare a targhe alterne e poi non porta mai bene a chi lo fa.
Fanfani con il divorzio, Craxi con le preferenze: le buone ragioni del Si o del No scompaiono sul teatrino (quello sì) della politica e delle furbizie di un momento.Il mio consiglio è andare a votare domenica e decidere come ponderando il senso del quesito referendario, non pensando ad altro.”
Io la vedo esattamente così. E voterò “no”, abbastanza convintamente, per due macro motivi: il primo è che ho trovato scorretta la campagna fatta da molti per il sì, sostanzialmente riportando il tema sull’altissimo livello del “trivelle sì, trivelle no” (che come molti di voi scopriranno domani, non è la questione referendaria); il secondo è che dobbiamo crescere, ed è necessario che queste occasioni ci aiutino a farlo, cercando di imparare a non portare sempre sui massimi sistemi partitici questioni tecniche specifiche come queste (strumentalizzare la qualunque è l’origine del qualunquismo e della disaffezione alla politica, non più strumento, ma pretesto). Vorrei che le istanze del no, che credo più solid
e di quelle del sì, domani vincessero alle urne. Lo dico con l’idealismo di chi sa che questo non accadrà perché le minoranze sono sempre le più motivate ad andare alle urne e quindi andare a votare no contribuisce al quorum ma non alla causa del no, ecc. ecc. .
Però nella Repubblica che vorrei, domani le istanze del no vincerebbero su quelle del sì. E invece domani si voterà un quesito referendario che non esiste, ovvero: “non sta sugli zebedei anche a te, questo governo?” e i “sì, lo odio molto” non saranno abbastanza per cambiare la durata delle licenze delle trivelle, né purtroppo per creare un’alternativa politica all’esistente.
Ma su questo, cominciamo a lavorarci.
