Scoccia dirlo.

Scoccia dirlo, ma questa prima tornata elettorale non sarebbe dovuta andare così. Confonde e stranisce rilevare che il lavoro fatto a Milano abbia prodotto risultati elettorali tanto confusi. Certo, si sarebbe potuto e forse dovuto fare di più. Le periferie sono state trascurate, da EXPO ricaviamo qualche luce ma anche tante ombre. Eppure rimane innegabile un fatto: a livello di metodo (ma spesso anche di merito) questi cinque anni hanno segnato una discontinuità netta con il passato. Ma allora perché i numeri sono questi? Che cosa è andato storto? E perché la grande coalizione arancione si è spezzata in tre parti? Alcuni con Sala, altri con Rizzo, tanti persi nell’astensione.

Il mio intuito mi suggerisce due direzioni di indagine: tutta la costellazione di ricordi di quel 2011 e della sua primavera arancione; il nome di Frederick Herzberg, psicologo americano celebre per un articolo scritto per l’Harvard Business Review nel 1968.

Quei mesi del 2011

Il 2011 è stato l’anno in cui Vecchioni ha vinto Sanremo. Si sono sposati William e Kate (e mi sono trovato ad avere la tessera dei mezzi di Londra con una loro foto di commemorazione davvero troppo trash). Nel 2011 andava a morire il governo Berlusconi IV e si apriva la lunga stagione targata Monti. Sempre in quell’anno il Milan vinceva lo scudetto. Insomma, un altro mondo.

Ma per dare un’idea di quanto sia stato importante e particolare il 2011 per noi milanesi, e per me in particolare, dovrò procedere in modo più ordinato. Inizio precisando che quell’anno era cominciato, in settembre, sui banchi della quarta liceo e nemmeno nel migliore dei modi. La trigonometria, ma d’altro canto questo si sa, era un incubo. I miei voti non si avvicinavano alla sufficienza di svariati ordini di grandezza. Insomma, la situazione era cupa e il clima politico interno alla scuola non era migliore: ci eravamo presentati alle elezioni di istituto come unica lista e per questa ragione eravamo parecchio preoccupati. Saremmo stati in gradi di raccogliere e rappresentare le istanze di tutti? E perché non eravamo riusciti a coinvolgere più persone nel formulare le liste? L’unica magra consolazione erano state le preferenze che avevamo ricevuto: avevamo deciso di interpretarle come un segno, seppure appena accennato, di supporto e incoraggiamento a continuare nel nostro lavoro. L’autunno si era consumato in proteste e manifestazioni, ritrovi in piazza Castello, carri e feste e musiche e stare tutti assieme. Il 15 novembre, Pisapia aveva vinto le primarie delle coalizione del centrosinistra. Il 12 dicembre era arrivato subito dopo: corteo per ricordare la strage di piazza Fontana e tre giorni di autogestione. Se devo trovare uno spartiacque, io credo che sia lì. Dopo quella data, smaltiti i postumi delle feste di capodanno e del diciottesimo, Milano aveva cominciato a vibrare di un’energia nuova. La città si risvegliava dal torpore in cui aveva vissuto. La contestazione cambiava forma e cominciava la serie dei flash book, ci si trovava seduti a leggere nelle piazze centrali della città. Organizzavamo lezioni aperte al pubblico. Cercavamo insomma di entrare in contatto con le varie realtà che ci circondavano, di spiegare le nostre ragioni in modi nuovi, troppo spesso al freddo, di farci capire. Ad aprile la città era un fiorire di tanti piccoli gruppi e associazioni che sostenevano il candidato di sinistra per la città. A maggio alcuni attivisti occupavano la Torre Galfa e fondavano Macao. Il grattacielo, illuminato di un blu tutto particolare, sembrava il simbolo del fatto che qualcosa cambiava e mutava forma. Pochi giorni dopo, assistevo alla kermesse di sinistra al Teatro Smeraldo. Ricordo l’entusiasmo condiviso con i tanti compagni del mio e di altri licei. Noi ci credevamo e una possibilità l’avremmo concessa volentieri a quel candidato un po’ timido che sembrava schivare il cono di luce che lo inseguiva sul palco. E il 16 maggio, due mesi esatti dopo il mio compleanno, quel sogno si realizzava. Le urne chiudevano e finiva il ballottaggio. Di lì a breve Piazza Duomo si sarebbe colorata interamente di arancione. La nostra speranza si era tramutata in opportunità e prospettiva. In poco più di un mese sarei stato al MI AMI a bere una birra, felice di quello che era successo: avevo preso la patente, eletto il mio nuovo sindaco e, ancora una volta, schivato i debiti a settembre. Sì, era un mondo pieno di contraddizioni, ma si vedeva, anche se appena accennata, una direzione che dava fiducia.

E Herzberg

Perché raccontare tutto ciò? Perché la storia di quella campagna elettorale è una storia che dobbiamo tenere a mente. È la storia di una campagna che ha funzionato perché ha saputo considerare le due dimensioni di cui parlava Herzberg, seppure in un altro contesto, nel suo famoso articolo. Herzberg, al contrario di Maslow, sviluppa una teoria della motivazione aziendale che si basa su due macro-fattori. Il primo è la motivazione, emerge dalle condizioni intrinseche della propria mansione (per fare qualche esempio, la difficoltà del compito che si deve portare a termine, il riconoscimento del proprio lavoro, l’importanza e il rispetto che vengono riconosciuti). Il secondo è l’igiene (il ricevere un salario adeguato, la sicurezza che si percepisce sul luogo di lavoro). Herzberg propone un modello che considera i due fattori come indipendenti e non correlati: è possibile trovarsi in condizioni motivanti ma poco igieniche – esempio tipico sono i lavori creativi: appassionanti ma troppo spesso riconosciuti e mal retribuiti. Ecco, lanciandosi in un paragone rischioso, io credo che Pisapia con la sua campagna fosse riuscito a fare esattamente questo: sposare entrambi i bisogni. Lo supportavamo perché volevamo rompere con la Milano cupa e avvizzita del passato, con lui erano coinvolte le nostre fantasie ed energie migliori nel disegno di un futuro, in un processo inclusivo che ci garantiva un feedback forte e tangibile. Ci sentivamo protagonisti. Certo, forse eravamo solo ingenui, ma qualche cosa di quel clima, che per noi era amplificato, in città c’era.

Qui, da qualche parte, giace la ragione profonda del tracollo di queste elezioni. Sì, le percentuali non sono state negative, ma questa fase è totalmente mancata. Ci siamo dimenticati tutti di quell’esperienza e abbiamo impostato una campagna elettorale sbadata e tradizionale. Abbiamo volantinato ai mercati, affisso i manifesti, preparato le grafiche e tutto il materiale dimenticandoci del contenuto che quel materiale doveva sintetizzare: la voglia fortissima di riempire nuovamente le piazze e rendere Milano qualcosa di corale e di vissuto, di scrollare via le insicurezze e le incognite della stagnazione secolare che affligge la nostra economia, di pensare ancora a nuove soluzioni ai giganteschi problemi sociali delle case popolari, dei poli di studio e di ricerca e del malessere giovanile. Queste elezioni sono state un fiasco perché abbiamo abdicato alla nostra funzione naturale: quella di essere un polo sempre radicale e innovativo del riformismo italiano. Milano è questo e deve essere questo. Siamo stati troppo poco politici, ora che finalmente eravamo riusciti a tornarlo. Ci siamo trovati a balbettare davanti alle infinite contraddizioni dei luoghi sempre più diroccati in cui facciamo politica, forse assuefatti dalla perenne retorica delle magnifiche sorti e progressive dei nostri partiti. E se pure sono in molti a sostenere che l’astensionismo sia un fattore fisiologico della moderna democrazia rappresentativa, viene da domandarsi se questo non sia proprio l’effetto indotto dalla polarizzazione che ha subito la nostra capacità di immaginare l’alternativa. Perché vivere solo di realtà è subirne le strutture anche laddove non necessarie, ma non sapere di che sostanza sia fatta è spingersi dall’utopia al delirio. Penso che abbiamo assistito a entrambi gli estremi durante queste amministrative e che sia venuto il momento di rivendicare la nostra appartenenza a quel mondo diverso dai primi due: quel riformismo radicale che ci ha spinti, cinque anni fa, a scegliere Giuliano Pisapia come sindaco di Milano.

A dieci giorni dal voto

Il tempo è poco. Tra dieci giorni ci sarà il ballottaggio. Forse è troppo tardi per tentare un’impresa analoga a quella di cinque anni fa. Rimane però un fatto: quel ricordo è forte e non si è ancora sbiadito. Cerchiamo di riconnetterci a quel cosmo là già da domani. Torniamo a fare campagna stando tra le persone, organizzando eventi e creando luoghi di discussione. Ricordiamoci che volantinare è importante, ma non è tutto, che non serve a nulla diffondere programmi politici che non si fondino sull’interazione, che è mostrando che siamo una comunità ancora viva e coesa che convinciamo e ci convinciamo. Torniamo ai luoghi, alle ragioni e alle urgenze che ci hanno spinto a schierarci uniti l’ultima volta. Segniamo tutto quello che non ci piace del lavoro che abbiamo fatto: lo correggeremo e lo contesteremo non appena sarà il momento. Ma ora importa sopravvivere, importa tenere in vita la speranza che il cambiamento che abbiamo cominciato diventi irreversibile. Rimane la speranza di restituire a Milano il ruolo che deve avere, di sostenerne gli studenti e i lavoratori bisognosi, l’idea che questo è un piccolo polo in cui le idee si realizzano e in cui chiunque sia meritveole possa ritagliarsi uno spazio e trovare la propria strada.

Andrea Mascaretti