Affrontare l’argomento senza cadere nella banalità è molto, molto difficile. Mettiamola così: quello è l’obiettivo, ma certamente non è alla mia portata. Abbiate pazienza per quanto leggerete.
Ieri sera, dopo quasi un decennio, sono andata a ballare. Compleanno di un’amica. Come sempre quando si va a ballare noi donnine accorciamo i vestiti e allunghiamo i tempi di trucco, parrucco e compagnia bella. Lo facciamo quasi per rito, tutti, in realtà. Le camicie inamidate (tutte bianche a settembre; tutte nere a febbraio) dei maschietti non sono niente di diverso del troppo eyeliner perfettamente steso, che sbaverà. Perché sbaverà.
Comunque sono andata a ballare al Gattopardo e non lo facevo da un decennio. Ci sono andata con S., una mia amica figa, molto figa: di quelle che consentono agli uomini che parlano di me di dire: “oh, Silvia è simpaticissima. Ma soprattutto è piena di amiche fighe”. Cosa peraltro verissima.
Siamo andate a ballare, dicevo, e a parlare e l’abbiamo fatto per tutta la sera: abbiamo ballato, parlato, scansionato la platea. Abbiamo trovato il peggior ballerino della serata; la coppia più arrapata del west (che dico io che minchia ci vai a fare a ballare se passi tutta la sera con le mani nelle mutande dell’altro? Stai a casa, no?); la coppia più sdolcinata del west, quella allo stadio *uscita con gli amici dell’altro* e sei tutta ailoviu (alla cui esposizione ho avuto ripetuti conati, non dovuti all’alcool); un’altra coppia di scansionatori che ci indicavano. Gente sconosciuta che ci salutava. Tutto regolare, diciamo.
Usciamo dalla discoteca e andiamo nel locale di fronte a prendere qualcosa da mangiare e bere; rifocillate, usciamo: branco di maschi apparentemente eterosessuali in stadio allupamento notturno inizia a ululare all’uscita di S. Letteralmente. Ridiamo, anche con loro, ma con ironia sottolineiamo la straordinaria eleganza del gesto collettivo. Procediamo verso un’enjoy, valutiamo le strade che stiamo percorrendo: “No S., è buissimo sto vicoletto, andiamo di qua”; “Di qui ci sono dei negozi, dai, è meglio”.
Servomeccanismi ormai consolidati che, pensavamo ieri notte, ai ragazzi, ai maschietti, non hanno insegnato. Proprio mentre ci dicevamo questo, un negoziante ci interrompe e tutto impettito per il passaggio di queste giovani fanciulle esclama:”vi fermate a bere qualcosa con noi?”, il locale era evidentemente in chiusura. No, che non ci fermiamo.
Tiriamo dritto, ma ovviamente le risate iniziano a diventare più amare. Davanti a noi gruppo di ragazzi diretto verso la discoteca e il buffone del gruppo fa come per placcare S. “ma come, già stai andando via?”.
Che il gruppo trovasse naturalmente divertente questa cosa è forse ancora più grave. E che noi all’inizio ridessimo, pure. Non c’è proprio niente da ridere nel fermare una sconosciuta alle due del mattino solo perché è carina, solo perché indossa un vestitino, solo perché è da sola. Non c’è proprio niente di giusto nel fischiarle mentre passeggia; nell’importunarla, anche solo dicendo “mamma mia” quando passa; o facendo commenti appena ti passa accanto. Niente di giusto, niente di bello, niente – soprattutto – che accade quando un ragazzo passa accanto a un gruppo di ragazze. Se non è reciproco è sbagliato.
E quando pensiamo al progresso di questo Paese, a come mi piacerebbe fosse, ecco: pensandoci, vorrei che un domani mia nipote, mia figlia, le mie amiche, si sentissero libere. Libere di essere belle senza sentirsi un trofeo o un pezzo di filetto fatto ondeggiare davanti a un branco di lupi sbavanti. Mi piacerebbe poter incidere su questo, e forse il primo modo per farlo e far sperimentare a un uomo come ci si sente. Ci lavorerò. Ci lavoreremo. Continuare così è impossibile: non dobbiamo, non possiamo e soprattutto non vogliamo.
