Il 4 dicembre voterò SI al referendum Costituzionale, perché sono convinto che questa riforma sia necessaria da almeno due decenni: è perfettibile (cosa non lo è?) ma la reputo una buona riforma.
Tuttavia il merito della riforma non è lo spunto per queste righe: da mesi provo un crescente disgusto, che si va intensificando con l’avvicinarsi della scadenza elettorale, per la retorica del SI, per la militanza entusiasta del SI e soprattutto per l’hashtag #bastaunSI.
Perché non basta un SI. Perché solo con un SI sapete cosa ci si fa? Una beata fava! (Semicit.)
Posso pure essere convinto che la fiducia al Governo la debba votare l’unica Camera col suffragio universale – non mi convincerete mai che non c’era una ragione chiaramente conservatrice dietro a limiti più alti per l’elettorato attivo e passivo al Senato! – ma se votare SI implica che il primo bonobo appartenente a questa o quella corrente, per il solo essere uno YESman diventa uno stimato scrittore da presentare alle feste dell’Unità, allora pretendo il test psicologico e del QI: non per gli elettori, badate bene, ma per il responsabile tesseramento e comunicazione del Partito.
Su questo bisogna essere chiari: voti si, bene, ma la selezione della classe dirigente e la scelta dei riferimenti culturali è decisamente un’altra cosa.
I cartelloni pubblicitari, poi, mi hanno fatto precipitare in un perverso rapporto a due, al limite tra il feticismo per il marketing politico ed il sogno distopico con i cartelloni parlanti:
“Sto passeggiando tranquillamente in via Tito Livio, quando all’altezza del liceo Einstein vengo importunato da un cartellone del referendum.
Cartellone: Cara Italia, hai voglia di cambiare davvero?
Marco: Guarda davvero sono di fretta…
C: #bastaunSI
M: Guarda lascia stare… voto si ma non bas…
C: Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici?
M: Ma davvero sei convinto che bast…
C: #bastaunSI ”
Quei cartelloni li, mi molestano nel profondo: perché come si può pensare che sia intelligente dire che #bastaunSI?
Sui costi della politica, ad esempio.
“Perché non ammetti che diminuire il numero dei parlamentari e le province vuol dire tagliare i costi della politica?”
PERCHÉ È UNA CAZZATA!
È proprio semplice spiegare come su un bilancio statale di miliardi il peso reale della “politica” non sono i troppi politici, quanto la qualità degli stessi e del loro lavoro. Un problema vero è, ad esempio, la qualità delle norme prodotte: la mancanza di capacità nello scrivere norme in grado di resistere ad un ricorso al TAR costa allo Stato Italiano MILIARDI di euro in uscite dirette e in mancati investimenti.
Voi investireste mai decine di milioni in uno stato le cui norme rendono incerto il vostro profitto, o che rischiano di rendere incerti i tempi di realizzo della vostra impresa?
O prendendo la sterile polemica pentastellata dell’ultim’ora: perché i parlamentari non si dimezzano lo stipendio?
La risposta è sempre la stessa: PERCHÉ È UNA CAZZATA!
Il problema non è lo stipendio, sono i RIMBORSI ai singoli parlamentari e consiglieri. Perché chi fa il Consigliere regionale o il Parlamentare ha tutto il diritto ad avere uno stipendio alto, perché deve affrontare spese legate ad una vita fuori da casa, perché è chiamato a votare su temi che incidono sulla vita di tutti noi, e sul portafoglio di tutti noi, per cui non deve pensare a come “intrallazzare” per campare decentemente… ma i rimborsi sono un meccanismo perverso come una vetrina di dolci davanti ad un goloso col diabete.
Avete idea di quanto risparmieremmo se dicessimo: “Sei stato eletto, sei un rappresentante dei cittadini della repubblica, hai diritto ad uno stipendio di 15.000 euro netti e con quelli ci fai tutto: casa, viaggi, barbiere, pranzi, cene… tutto.”
Ogni volta che la Guardia di Finanza, che per carità fa il suo dovere, fa un indagine sui rimborsi dei consiglieri di questa o quella regione quante migliaia di euro spendiamo per accertare se il pirla di turno ha sperperato i nostri soldi o ha chiesto di farsi rimborsare la Nutella?
Io non lo voglio sapere cosa ci fai con i tuoi soldi, e non voglio neanche perdere tempo a controllare gli scontrini: voglio essere rendicontato su qualità e quantità del lavoro che hai svolto mentre eri pagato da me per lavorare.
Questi sono i “costi” della politica, questa è l’Italia che deve cambiare: quella che basta mettere una croce perché sia tutto diverso, come se il referendum fosse la versione politica del Superenalotto, quella che non deve lavorare ogni giorno per cambiare perché #bastaunSI.
Il 4 dicembre #iovotosi ma è solo il primo passo di un lunghissimo cammino…
Marco Zingarelli
