Vorrei dire due parole.

Le vorrei scrivere, così da rileggerle, quando mi sembrerà che questo rigurgito di indipendenza e femminismo siano anacronismi storici nella mia esistenza.

Ho appena finito un libro che avevo visto sabato scorso da Verso, in Corso di Porta Ticinese e che mi ha telepaticamente regalato E. per il genetliaco. Memorie di una Vagina saprebbe recensire il tutto con molto più sarcasmo, intelligenza e leggerezza di me. Farebbe così per molti motivi, uno dei principali forse è che non ci ritrova se stessa in questo libro. Credo. Penso.

img_2723Ambientato a Napoli, nella mia Napoli – quella di via dei Mille, del Vomero e di Chiaia. Quella dei professionisti blasonati, della gente che lavora più che godersi il panorama, ma quando alza la testa dal computer benedice il giorno che l’ha scelta, quella Napoli meravigliosa che splende come solo Napoli sa fare. La prepotenza della bellezza non conosce inferno: tira la sberla e assolve tutto.

Una ragazza sui trenta, avvocato, passa la vita a lavorare, conosce una breve serie di maschi sbagliati, scopre che del suo ex non gliene frega assolutamente più nulla, tradisce la migliore amica perché si innamora – ricambiata – del suo capo.

Se non fosse per quest’ultimo dettaglio – che mi pare proprio la svolta necessaria di una storia che non ho molto capito cosa dovrebbe lasciarmi –  la protagonista potrei serenamente essere io: se non fossi venuta a Milano sarei diventata avvocato. Forse lo sono stereotipicamente diventata lo stesso, chissà. Certamente la casa con terrazzo vista golfo e studio a via Chiaia sarebbero entrambi stati pezzi del mio ipotetico e ormai trapassato futuro napoletano.

Tutto giusto, se non fosse che questa Bridget Jones di Piazza Amedeo è fuori dalla storia. Fuori da questa epoca. Solo a Napoli, in effetti, poteva ambientarsi questa storia zoppicante: essere moderna nel lavoro, ma primordiale negli affetti. Venire scelta, sempre, e quindi dover imparare a tollerare e gestire maschi egoriferiti, in vena di vendette trasversali; oppure idioti armati di ottime e incoscienti intenzioni. Solo perché ti ci imbatti, non perché li scegli, ovviamente. Questo copione, divertente, scritto bene con degli accenni di brillante ironia e sottile arguzia, è – e deve essere – fuori dalla storia.

E’ fuori dal tempo che racconterò alle mie nipoti o alle mie figlie, o alle figlie delle mie amiche perché parla di una donna in balìa degli altri: che apparentemente si sente appagata dal fatto di avere una carriera o un lavoro, ma si sente frustrata dalla sequela di imbecilli in cui si imbatte, senza però fare assolutamente niente per sceglierseli, i dispiaceri. La protagonista non ha amici; gli occhi si fanno a forma di cuore per il primo maschietto che le viene presentato, nonostante le scritte luminose e lampeggianti che chiunque a lei vicino gli hanno appeso al collo: “NON FA PER TE, SCAPPA: E’ INCASINATO”. Lei indefessa e vagamente isterica nelle reazioni, sente la colonna sonora di Via Col Vento e si fionda tra le braccia del succitato maschietto con un triplo carpiato. Fa la sostenuta ai limiti della sociopatia e ciononostante gli XY in cui si imbatte scodinzolano ammirati dal pugno di ferro e carismatico savoir faire, trasmettendo il falso messaggio che per essere determinati bisogna essere anche bruschi: ma perché?

Non so. L’ho letto d’un fiato perché questi romanzi vanno letti così, tutti in una volta. E poi forse l’ho divorato perché sono un’idealista (impegnarmi in politica ne è la mia massima espressione), spero nel lieto fine sempre e mi riconosco in alcune delle dinamiche raccontate in queste duecento pagine con bella copertina. Ma l’ho appena finito e sono arrabbiata: non è questa la donna che vorrei essere. Non è questa l’immagine della donna contemporanea che vorrei si raccontasse. Siamo in ritardo, mi dico: Bridget Jones è un film dei primi anni 2000 e le cose sono cambiate, da allora. Siamo cambiate, noi. E’ triste che nessuno riesca a raccontarci senza doverci giustificare: noi, quasi trentenni, con un buon lavoro, una buona istruzione e la tenacia di volerci costruire con tutti i graffi del camminare in questo covo di rovi che è la vita, e che è l’indipendenza, che ci preoccupiamo della nostra vita sentimentale solo perché sentiremmo di poter essere più felici di così, con un uomo accanto. Più felici: non felici e basta. Quello che aggiunge, e sottrae ovviamente, ma che chiude l’equazione a somma positiva: ecco il rapporto che vogliamo e che lavoriamo per andarci a prendere, che cerchiamo e che non aspettiamo.

Perché da sole sappiamo starci, senza attacchi di panico, senza chiuderci nel lavoro. Abbiamo una vita sociale, molteplici interessi, balliamo a musica sconsideratamente a palla quando torniamo da una buona giornata e siamo tristi, talvolta, certo. Succede. A volte siamo in ginocchio. Ma la sveglia non suona solo per gli uomini, lo fa anche per noi, ogni mattina, e sappiamo indossare la nostra professionalità, forzare la nostra inclinazione al ripiegarci su noi stesse quando i problemi si presentano. Perchè spesso non bussano alla porta, sparano dritto alla testa. Eppure non abbiamo paura di questo, ci conviviamo con noi stesse, lo sappiamo che difetti abbiamo – e stiamo imparando a farci pace, ché i difetti ce li hanno tutti, solo che la maggior parte dell’umanità se ne sbatte, dei propri – e conosciamo la differenza tra l’essere sole e il sentirsi sole. E poniamo rimedio alla seconda, delle due faccende, perché essere sole non è un problema se non ci sentiamo tali. Questa è la donna, di quella classe sociale e di quella categoria raccontata dal libro, che secondo me sarebbe raccontare.