Al bivio.

Sono un attivista da vent’anni almeno. Passa il tempo, cambia il mondo, cambiano i partiti e le associazioni, ma la politica mi interessa troppo per essere solo spettatore. Quindi: faccio riunioni, vado agli incontri, organizzo eventi e volantino per le campagne, elettorali e non.

Per gran parte della vita, l’orizzonte del mio attivismo è stato chiaro: progresso, libertà, giustizia. Se vi erano dubbi su come e con chi attivarmi, le opzioni erano spesso contigue e non mi sono mai trovato a pensare che il mio attivismo fosse sprecato o, peggio, dannoso. Magari non ho fatto sempre la scelta migliore, ma per quel che volevo fare erano sempre scelte buone.

Da un anno a questa parte, però, la grande ondata populista e antiglobalista mi hanno messo di fronte a un bivio. Come un fiume che esonda, mi chiede di andare di qua o di là.

Da un lato, il mondo liberal-democratico, dei Trudeau, dei Letta, dei Verhofstad. Si battono per arginare l’ondata populista, difendere le libertà occidentali e la società aperta. La società a cui sono abituato, dove mi trovo bene. Sarò un privilegiato, ma il mondo in cui sono cresciuto per me era un bel mondo. Per me, eh. Lo so che tanti stavano male, ma io no.

Dall’altro, la nuova sinistra di Corbyn, Iglesias, Sanders. Davanti alla crisi del sistema, propongono di incanalare l’onda e usarla per fare cose buone: combattere le disuguaglianze, redistribuire la ricchezza, riattivare i controlli democratici e la partecipazione dei cittadini. Una prospettiva allettante, anche emozionante. Un mondo dove sarebbe bello, vivere.

Ed ecco che, per la prima volta, mi trovo davanti a un bivio: perché le due proposte, o meglio le due risposte alla crisi, non sono contigue. Anzi. Sembrano essere in radicale, netto conflitto. Un esempio: attivarsi per le campagne europeiste Libdem significa porsi contro la nuova sinistra che vede nelle realtà nazionali il luogo in cui affermarsi e in cui produrre i cambiamenti promessi.

Vbiviooglio chiarire un punto: non penso che dopo il bivio le due strade non si possano incontrare. Il Financial Times ha scritto, in modo molto chiaro, che forse la via per salvare il mondo liberaldemocratico è dare a Corbyn una chance di rigenerarlo, ricostruendo il sostegno popolare alle istituzioni con le sue politiche di sinistra. Ma io non penso al mondo che ci sarà tra vent’anni, io penso al mio attivismo di oggi: a chi donare ore, energie, soldi e passione.E quindi penso ai Libdem, sconfitti in Gran Bretagna, sconfitti negli Stati Uniti. Da un lato, sono l’avversario ideale per i populisti: non si oppongono alle elite, non propongono soluzioni semplici, sono spesso distaccati e algidi, più amministratori che politici, più educatori che rappresentanti. Appoggiarli non significa forse lasciare le masse scontente nell’abbraccio degli Uomini Forti? Dall’altro lato, se i Libdem perdono, non sono certo travolti: sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti sarebbe bastato poco per cambiare il risultato. Se tutto quel che è mancato è un candidato migliore di Clinton e una campagna migliore di quella dei Remain, non è forse il caso di dedicare le proprie forze a far sì che quei candidati emergano e quelle campagne si facciano, anziché buttare con l’acqua sporca il proverbiale bambino?

E la nuova sinistra, pure: ha davvero una chance o alla prova delle urne fallirà come tanti altri esperimenti in passato? Certo, intercetta una parte di quello scontento che oggi è il combustibile dell’ondata populista. Ma se cresce e divide il fronte democratico, non si rischia che dei due litiganti il terzo goda? La nuova sinistra nasce abbandonando l’appoggio acritico al mercato che ha soffocato la sinistra governista in Germania, Italia, Spagna, Francia. Chi lascia la via vecchia per la nuova, si sa che sa quel che lascia: i voti della middle class radical chic, i voti degli intellettuali benestanti, i voti di chi ha più paura di perdere quel che ha che desiderio di guadagnare qualcosa di nuovo. Una scelta del genere è vincente solo se entra in territori inesplorati, se riporta nella politica le masse abbandonate e astensioniste: una scommessa coraggiosa, arrischiata. Facile vedere come questo possa funzionare a metà, cedendo voti “al centro” senza guadagnarne di nuovi.

Tra l’argine ed il canale sto, al bivio, sperando che qualcosa mi chiarisca i dubbi: perché se rinunciare all’attivismo non è un’opzione (ognuno ha la sua tara), spingere nel senso sbagliato proprio non mi va.

Marco Buseghin