Lo scoglio.

La intravedo seduta su un muretto, nella sua posa credo più usuale: un braccio appoggiato sul bordo del tramezzo, gli occhiali con lenti ambrate e lo sguardo vigile sul transito di persone, ape car e motorini che nel mese di agosto rendono quest’isola un tran-tran di esistenze oserei dire peculiare.

La guardo da lontano, dal rettilineo che sto percorrendo con la borsa del mare carica di una giornata di bagnasciuga, libri di Erri de Luca e la maschera per restare sbigottita, una volta di più, dallo spettacolo di arte varia della natura.

Mentre mi avvicino, e il mio astigmatismo si fa da parte lasciando spazio a lineamenti e dettagli, penso che il mondo di questo agosto 2017 debba essere incomprensibile a chi lo guarda con gli occhi dei primi anni del secolo scorso: i social, le ragazzine che fremono per diventare donne; i divorzi; gli auricolari bluetooth…tutto, credo, è così cambiato che forse toccherà smentire persino Tomasi di Lampedusa.

Non aveva valutato che a volte il tempo tutto cambia davvero.

La raggiungo proprio all’angolo con la salita che porta a casa mia. L’ho simpaticamente soprannominata k2: 30 metri con pendenza 98%. Il premio per gli audaci è garantito: una vista su Ponza tra le più invidiate dell’isola. Intanto, però, alla sottoscritta pesano le poche ore di sonno consumate, le troppe sigarette fumate, le giuste stanchezze di una vacanza in piena grazia di Dio.

Ci guardiamo con intensità proprio lì, all’angolo. Ci guardiamo con quell’intensità di due sconosciute che si capiscono e stanno quindi per condividere il pensiero da entrambe sviluppato identico e parlarsi.

Di colpo, alzando lo sguardo, noto che in effetti lo scorcio è suggestivo: una casa tra il rosso corallo e il fuxia ha sulla porta uno stemma inciso e sulla facciata due angeli che si scambiano un ramo di ulivo. Pace. Bello. Lei sull’uscio, seduta con grazia: le gambe lievemente sovrapposte, la montatura delle lenti un po’ ricercata. L’ensemble merita una foto.

FullSizeRender.jpg“Posso?”, le dico facendo il gesto di scattarne una.

“Certo! Questa casa è qui da oltre cento anni”.

Comincia così a raccontarmi, come un fiume in piena, la sua storia.

“Non dovete fotografare me, signorina” – dice, dandomi del Voi – “la vedete quella lavorazione? Quella è la cosa importante. E’ lì da oltre cento anni. La fecero dei napoletani, sapete? Tutta la casa l’hanno costruita dei napoletani”.

Lo dice con una punta di orgoglio, come se le maestranze migliori del mondo fossero arrivate qui a Ponza per lei, proprio per la sua casa.

“Mio padre andava e veniva dall’America, sapete? Con lui erano andate pure mia madre e sua sorella e all’epoca, signorina, si andava e tornava in nave. Io no, sono nata in questa casa e vivo ancora qui”.

Poso la borsa e mi metto ad ascoltare. Lei ha voglia di parlare, io di non pensare.

“Sapete, qui nello stemma c’è il nome di mio padre: protegge la casa. Quando era in America e tornava a Ponza mi diceva sempre che lì frequentava tanti italiani. Ogni volta che si incontravano sentivano le canzoni e si sgolavano con quelle napoletane; ma lui no, le ascoltava e basta. Mi diceva: Silviù, è che quando sento parlare di casa nostra a me mi si spacc o’ core”.

Quanto era lontana l’America solo cinquant’anni fa? In questo mondo misurato in ore di aereo ci affatica qualche ora su un Boeing. Bisognerebbe, a scopo educativo, provare la differenza: sbarcare nelle americhe come quando aveva ancora di poetico e  miracoloso arrivare dall’altro lato dell’oceano sfidando il signore di tutti i mari.

“Signora, ma anche lei si chiama Silvia?”

“Anche voi? E’ nu bell nomm, eh?”. Oddio, bello è bello. Non troppo comune come tanti invece un po’ inflazionati; a volte, un po’ pesante per via di quel signore gobbo che ha condannato tutte noi Silvie ai tentativi di abbordaggio più agghiaccianti della storia.

Lancio, a tal proposito, un appello.

Santiddio, se non la conoscete, la poesia, va bene lo stesso. Sappiatelo, va benissimo lo stesso.

“Lo vedete qua, Silvia?”

Vedo bene: indica la strada che ho percorso sinora e soprattutto il k2 che mi aspetta. Vedo molto, molto bene anche lui.

“Questo era un canalone. Quando mia sorella è tornata dall’America stava chiusa in casa. Con mio padre aveva sempre la macchina a disposizione e poteva spostarsi: non riusciva a camminare. Qui s’era sta a cas, come si poteva spostare?

Allora, senza dire niente a mio padre, sono andata in Comune, dal sindaco, e gli ho detto che questo canalone dovevamo farlo diventare una strada. All’inizio diceva che non si poteva fare. Dopo qualche tempo arrivammo ad un accordo: il Comune avrebbe fornito i materiali, la mia famiglia c’avrebbe messo le maestranze. Diressi i lavori: arrivarono da Napoli in cinque e da quando sono arrivati non sono più andati via. Al mastro [ovvero il capocantiere, ndr], dicetti: come ti debbo pagare? Voleva parlare con mio padre e gli dissi che doveva trattare con me: ci accordammo per una paga giornaliera. Lo stipendio era buono: o viecchij è muort, ma ‘e figl ancora si ricordano di me.”

Non le brillano gli occhi, si arrossa il piombo di chi deve aver avuto paura e allo stesso tempo non ha ceduto: le si accendono, come è giusto, secondo il modo proprio di quelli che hanno esercitato la tenacia e hanno cambiato le cose.

Con l’orgoglio di chi oggi sta seduto su un muretto che ha costruito con o’ core spezzat, aspettando i pronipoti per raccontare loro le proprie storie.

“E così il canalone è diventato una strada. Pensate, signorina, che quando poi mio figlio si è diplomato geometra, subito l’hanno chiamato al Comune e lavora là da tanti anni. Questa è via Scotti, per il nome della mia famiglia: io sono Silvia Scotti, in Scotti, di via Scotti: scotti-scotti-scotti”.

E ride. Non lo sa che dentro di me è cominciato un moto ondoso di indignazione per questa chiosa, per questo uso delle istituzioni improprio, ma che razza di cosa è questa gratitudine intergenerazionale? Zittisco la facinorosa che è in me con una semplice spiegazione: stai ascoltando una storia, è così che è sempre andata l’Italia, figurati un’isoletta come questa…

“E lei non è mai andata via da Ponza?”

“Ho sempre vissuto in questa casa. Ho viaggiato. Signurì, ho viaggiato assai in posti che non le dico nemmeno ché non ha proprio un’idea dei posti addò so gghiut a finì. E infatti ai miei figli ho sempre detto: dovete provare tutto nella vita. Andate, guardate e giudicate. Capirete da soli che non si sta così male, ‘ncopp o’ scogl”.

Ponza la chiama così: o’ scogl’. Questa lingua di terra che spunta dal mare, in effetti, lo ricorda: uno scoglio ancora selvaggio, in larga parte ignoto a tutti i villeggianti. La stragrande maggioranza dell’isola occorrerebbe visitarla via mare, per noi bipedi è sostanzialmente inaccessibile.

In questo, per me, si conserva un senso primordiale che quando sono qui si risveglia e torna a pulsare con la natura, col rispetto per la varietà e lo stupore per la creatività riposta in ogni cosa: dal colore delle alghe viola di Cala Feola, al bianco abbagliante di Chiaia di Luna.

“Signora, mi scusi l’invadenza: ma quanti anni ha?

“Sono 95 primavere, finite. Sono pronta per i 100”

Resto sbigottita: nella sua posa sembra un’ottantenne in forma. Non avrei mai detto che fosse quasi centenaria. Parla in modo svelto e lucido: si perde solo quando inizia a raccontare delle proprietà che ha. Diciotto appartamenti qui, la casa a Roma, a Formia, la gestione degli affitti. Ha aperto, a suo dire, la prima agenzia di affittacamere qui a Ponza: Arcipelago era il nome di quella che ancora oggi mi pare sia una bottega affacciata sul porto.

Ha voglia di dirmi tutto e di raccontarmi di come ha contribuito ad aprire la prima banca, il contatto con il Banco di Napoli e la promessa di un grande finanziatore dall’America: suo padre. All’interno della filiale, mi dice, c’è una targa che ne riporta il nome. Su questo punto omette tante cose con un semplice “lassamm stà”. Lo stesso che usa quando spiega che i figli non si sono sposati con degli Scotti “hanno trovato in altre famiglie”, mentre lei è “Scotti in Scotti”, è rimasta nell’albero genealogico della sua stessa famiglia.

In bocca ha un accento spurio: non è romanesco, quello che si parla qui, nè napoletano. Il passaggio amministrativo – tutto sommato recente – dell’isola dalla Campania al Lazio si ripercuote in una transizione linguistica ancora in divenire, nell’ingarbugliamento di lingue diverse attorno ai pensieri — quelli, invece, uguali per tutti.

Abbiamo parlato un’oretta. Le ho strappato un paio di sorrisi e mi ha fatto un po’ umettare gli occhi, quando sono andata via, pensando a quanto fossero preziosi per me i momenti con le mie nonne. Ricordo distintamente lo stupore di Nonna Claudia quando le chiesi di raccontarmi come aveva conosciuto nonno Mario; nonna Lina era più aperta, raccontava tantissimo della sua giovinezza. Della sua maturità e crescita, invece, mi ha raccontato solo le lezioni ricevute: le cose si fanno per amore, oppure con amore. Solo così non si hanno rimpianti.

Rimpiango però, adesso, il non aver tenuto traccia di ogni racconto. Non aver potuto raccogliere la loro testimonianza, riversare la memoria in un racconto scritto, corretto insieme a loro. Cerco di riparare adesso, con la signora Silvia Scotti: sono scolara diligente del tempo, che insegna con brutalità il non ritorno e mi ha educata a cogliere il bello dell’oggi, la poesia dentro ogni incontro, le sfumature di due occhi marroni che ti guardano. Pieni della vita passata, che non puoi spiegare in un’oretta.

“Avete tempo, signorì? Domani se volete passate a salutarmi, posso raccontarvi tante cose…”

Sono tornata l’indomani, e l’ho salutata con calore lì sull’uscio.

Succede agli incanti di un momento che poi, quando si cerchi di reiterarli, di spingerli ad un nuovo miracolo, questi non si realizzino.

Così è accaduto con la signora Silvia Scotti, che mi guarda un po’ stranita dopo il mio saluto: “Signorì, ci conosciamo? Che begli occhi che tenete! Marì, guarda che begli occhi ten’ sta uaglion”.

 

[Silvia De Marino, Luigi Tua]