Non è un fatto di ali, a volte piuttosto, di radici.
A modo mio ho insindacabilmente amato quel collage di provenienze, vite e famiglie che ho da sempre chiamato “famiglia”. Virgoletto l’espressione perchè è un concetto enorme, quello di famiglia, che ancora non ho capito proprio bene, bene a chi o cosa possa estendersi. Anzi, si può dire che col tempo è stata la definizione più dinamica di tutte.
Si spegne oggi una mia radice, assimilando la mia esistenza all’originalissima metafora dell’albero. Una radice mi lascia e raggiunge i parecchi altri supporti della mia identità che a poco a poco mi hanno lasciata più sola ad affrontare la vita. Persone di cui non smetterò mai di ricordare le voci, alcune espressioni, dettagli delle mani, il modo di chiamarmi, quello di mangiare.
Ogni volta che accade una perdita, in me, si rianimano per un attimo tutte insieme: le radici apparentemente non vitali, come fossero coordinate, diventano un terremoto di ricordi, rimpianti, gioie e serenità che non sono molto brava a gestire. Forse nessuno è molto bravo a gestirle.
Avviene comunque uno strano fenomeno di presenza e contestuale assenza, enorme, collettiva, ma tutta mia, privatissima, dentro la quale intendo stare per un po’.
Io che mi sentivo una fotografia.

