Grandioso il salto.

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Sembra paradossale mettere in pausa qualcosa ora che richiederebbe un ‘avanti veloce’.

E sembra difficile per me oggi pensare che sia solo una pausa, solo un momento: forse mi piace pensare che ritornerà.

Ritornerà l’entusiasmo, la voglia di fare, il fuoco che ti impone l’urgenza di prendere parte, di darti una mossa, di muovere a tua volta, che ti permette di correre tra i rovi, perché hai chiaro dove stai andando e quindi ai graffi non fai troppo caso chè ci sarà tempo, dopo, ed è formativo, intanto.

Sembra paradossale mettere in pausa un progetto ora che ha le mura. Oggi che quello per cui mi sono candidata esiste. E sembra difficile ripensarsi da zero, senza avere i mercoledì impegnati, senza chiedersi come si conduce un’assemblea, che eventi programmare, in che modo originale proporli all’esterno. Forse mi piace pensare che ritornerò per via Tortona guardandola con gli occhi di quattro anni fa, quando tutto mi sembrava possibile; quando giocare costantemente di rimessa mi sembrava una fase incomprimibile, una tappa inevitabile.

Ho cominciato a fare politica ‘contro’, come forse fanno tutti in quella fase della vita: contro la mafia, contro la politica corrotta, contro Berlusconi e dentro il Popolo Viola. Semplicemente, banalissimamente; eppure con rapidi risultati: non ho impiegato tanto ad assumermi la responsabilità dei progetti in cui credevo, a portarli su tutto il territorio nazionale, a coordinarli da Milano. Vedere amici impegnarsi, sconosciuti chiedermi risposte che a 21 anni non credevo di avere: ricordo la prima telefonata a Dario Fo; il messaggino di Saviano prima del via del progetto; Arianna Ciccone che ci dedica un titolone: le “Notti contro le mafie, parola ai giovani” per lei avrebbero dovuto essere la notizia di apertura di tutti i quotidiani nazionali.

Tutto questo è stato. Si è trasformato poi in me in partecipazione a gli organismi che a ripensarci andavano invasi: il PD, prima di ogni altro. Scalarli con la giusta dose di ambizione e voglia di far bene.
Da dove cominciare? Mi chiedevo. Non sapevo prima e non so oggi cosa voglia dire essere di sinistra, non l’ho mai saputo, in effetti: sentivo però che quella era la mia casa. E tale è stata.

10154947_653708501379782_22177661084926048_nNel senso proprio di mura, appartenenza, affetto, disobbedienza, familiari: se riguardo le foto – come ho fatto e non avrei dovuto – di questi anni, vedo alcune tra le emozioni più grandi e belle della mia vita, condivise con moltitudini di persone che solo in questo grande organo pulsante che è il PD potevo incrociare. 

Sembra paradossale mettere in pausa tutto questo. Eppure tutto questo è già in pausa da un po’.

Quando ho cominciato nel PD era tutto diverso: non intendo dire tutto a livello nazionale (anche se…); non parlo di scenari internazionali e neppure di dinamiche locali. Era tutto diverso per me, per il mio cuore: c’erano amici, c’erano sogni, c’erano inciampi, c’erano reti. C’erano progetti.

Questi progetti ci hanno richiesto lacrime e sangue e dopo pochissimo tempo hanno poi richiesto lacrime e sangue solo ad alcuni. E delusioni, e sconforto, e sensazione di fallimento.

Il circolo si è trasformato per me in un monumento: un monumento a chi potevamo essere, a cosa potevamo fare e a ciò che siamo stati capaci, nonostante tutto e grazie a tutti, di compiere. In questo senso, passare per via tortona non avrà mai più lo stesso sapore.

Mi dimetto per cause endogene, collegate alla mia manifesta e personalissima incapacità di esercitare la pazienza, la comprensione e la diplomazia. Mi dimetto per colpa mia.

Però esistono anche cause esogene. Sia chiaro. Cose che mi hanno deteriorata e sfiancata, e l’hanno fatto fino all’ultimo. Associate, queste cose, ad una mediocrità insopportabile nei pensieri di chi oggi fa politica a sinistra, insieme ad un tatticismo e un personalismo veramente intollerabili.

La nostra autoreferenzialità è un danno talmente macroscopico che non ci siamo accorti che intanto i fascisti ci rubavano la palla e ci condannavano al più inumano governo dal dopoguerra ad oggi.

Mi dimetto e sbaglio, oggi, una volta di più, perché è una minoranza, quella fascista, e va arginata. Per farlo occorre l’aiuto di tutti noialtri che non vogliamo rinunciare al nostro diritto di essere, anche noi, ma nostro modo, minoranza; che non dimentichiamo che prima del colore della pelle c’è un’aorta che spinge globuli rossi e bianchi su e giù per dei corpi; che anche io sono intollerante, ma verso chi lascerebbe morire persone in mare, perché per me la priorità saranno sempre gli esseri umani e la loro sopravvivenza; solo dopo ci si preoccupa di come gestirli per ciò che rappresentano.

Tocca insomma, ancora una volta spiegare che vuol dire antifascismo, affrontare la fatica di costituire un fronte democratico che non ceda davanti agli attacchi dell’intolleranza, della pancia, dell’istinto. Noi che abbiamo fatto diventare il 25 aprile una ricorrenza e un noioso monumento ai buoni contro i cattivi, scontiamo il prezzo della storia ripetuta ad alta voce e mai capita, mai imparata. Mai profondamente insegnata.

Mi dimetto dal circolo, non dalla mia coscienza sociale, come avrete dedotto: non mancherò mai dire da che parte sto, anche se oggi dirlo fa un po’ più paura di ieri.

Lascio un incarico, un ruolo, una posizione di ‘guida’, seppur minima, che non sento più mia.

Lascio il circolo e gli occhi di ho frequentato per anni, persone che ho deluso, che da me si aspettavano tanto e non l’hanno ricevuto; lascio il circolo e gli occhi di chi mi ha delusa, da cui mi aspettavo tanto e non mi hanno dato manco il sufficiente. Lascio il circolo, solo il circolo, e scelgo Boccadasse per scrivere queste parole. Un luogo che ha significato, significa e significherà sempre grandi cose per me. E lo tsunami che, come immaginerete, deriva da questa decisione è stato grande per me: l’ho condiviso con chi mi è intimo e vicino e che ringrazio per avermi sostenuta e quando possibile guidata nel mare in burrasca. 

Non mi perdo oltre in chiacchiere, concludo solo con due grazie: grazie a chi c’è stato, in primis. Senza nomi, dico grazie, con pienezza di verbo e gesto, e chi sa sorriderà. Spero di incrociare ancora alcuni di loro e di poterlo fare col sorriso leggero e non colpevole di chi intanto ha perdonato e si è perdonata. Però grazie. Davvero.

Il secondo grazie è per me. Per questa mia fase della vita adesso messa in pausa, una specie di adolescenza tardiva, illusa e ingenua; grazie al mio idealismo che ha fatto insieme a tutto questo la sua stagione ed è stato motore di cose meravigliose: altissimo il tonfo, però, davvero, grandioso il salto.