Prima che mi si scatenino orde indemoniate di sostenitori del NO, o che quelli del SI vengano a farmi i picchetti sotto casa, scrivano sulle serrande del circolo “GUFI A MORTE”, eccetera eccetera (e non dite che sto esagerando, perché i toni e il livello del confronto sono ESATTAMENTE a questo punto) vorrei porre una domanda. Una domanda sullo scenario del poi.
Senza catastrofismi, senza paranoie, senza nessun giudizio su ciò che verrà (bensì, se possibile, su quello che è stato): mi chiedo. Se vincesse il NO sarebbe legittimo chiedere le dimissioni del governo Renzi. Lo sarebbe, lo dico da piddina, per molti motivi e per molti errori che hanno connotato questa campagna referendaria. Mettiamo per ipotesi che Renzi lo faccia, si dimetta. Che domani si torni alle urne.
Mi chiedo, sempre da piddina, chi prenderà il suo posto?
Lo farà la Boschi? Lo farà Fassina? Lo farà Civati?
Chi c’è in questa Italia oltre Renzi? Credo, ma potrei sbagliarmi ovviamente, che i cinque stelle non avrebbero comunque i numeri (con questa legge elettorale) e a quanto pare neppure la compattezza necessaria per andare al voto e vincere.
E dunque dov’è l’alternativa? Dove stiamo costruendo un progetto diverso di Italia? Chi ne è l’architetto?
Com’è possibile che non siamo riusciti a crescere una classe dirigente, se non per concederle venti minuti di primi piani o bacchettarla perché non si schiavizza abbastanza. Perché comunque questa contraddizione c’è: prima trattate i giovani da pupi. Poi vi scaricano e dite “oh, ma perché ci hanno scaricato?”.
Mancano le idee, sicuramente. Mancano le persone. E quindi manca il futuro. Giacomo dice che sbaglio a immaginarmi in bilico, in punta di piedi, sull’orlo di qualcosa; lui dice che siamo su un piano che ha cambiato inclinazione, ma sempre piano è. Ma allora delle due l’una: o tutto è un gioco, una grande danza farsesca in cui il destino all’uopo rimescola carte e poi a noi tocca prendere quello che arriva; oppure no.
Questa non è una prova. Non è un gioco. Ma allora troviamo risposte.
